Risorgimento economico
Il Cav. tenta di esaudire le sempre più incalzanti richieste per lo sviluppo
Silvio Berlusconi cerca di assecondare il coro sviluppista che arriva dagli industriali italiani e dall’Economist britannico, che chiedono un cambio di passo nella politica economica per centrare obiettivi più ambiziosi di crescita e alleviare così anche il peso del debito pubblico. Il premier ha annunciato che la riforma tributaria sarà impostata prima dell’estate, venendo incontro ad aspettative ribadite, proprio ieri, da Confindustria. Leggi Nella contesa tra il Cav. e Tremonti spunta il rigorismo di Napolitano
11 AGO 20

Ma i più agguerriti strattoni all’esecutivo, che finiscono per intrecciarsi sempre più con la questione tasse e i rapporti contrastati tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, giungono da Londra. Sui tavoli anche del governo è arrivato ieri lo speciale sull’Italia dell’Economist. Intitolato “Oh for a new risorgimento”. Ovviamente non è un’ode a Berlusconi, anzi: “Ecco l’uomo che ha fregato un intero paese”, è il titolo di copertina. Prima di dire tutto il male possibile del Cav., il settimanale economico concede che “alla fine è toccato all’Irlanda invece che all’Italia fornire una vocale per formare il poco lusinghiero acronimo originariamente coniato per Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Nessuna banca italiana ha dichiarato bancarotta e invece di prostrarsi davanti al Fondo monetario o all’Ue, l’Italia ha contribuito in modo sostanziale al fondo d’emergenza per le economie in difficoltà. Il che, secondo le parole del governo, denota la solidità del suo sistema economico”. La conclusione, però, è nel più classico Economist-style: l’Italia è in fondo alla lista mondiale della crescita pro capite, precedendo l’immancabile Zimbabwe, “e Berlusconi è stata la figura dominante negli ultimi 17 anni”. Ma “la maggior parte delle riforme per far ripartire l’economia consistono in lievi modifiche alla politica microeconomica, che non dovrebbero costare molto. La riforma delle leggi sul lavoro sarebbe un buon punto di partenza”. Il nostro paese, si legge, ha “evitato la bolla immobiliare, l’occupazione ha tenuto e il deficit di bilancio nel 2011 sarà del 4 per cento del pil contro il 6 della Francia”. Ma, si ammonisce, “questi numeri rassicuranti sono ingannevoli”, perché nascondono “una malattia cronica” di crescita e competitività che fa sì che “quando l’economia europea cala, quella italiana cala di più, mentre quando cresce, cresce di meno”.
Più concreto il report Scenari del centro studi Confindustria, che ieri si è concentrato sul settore manifatturiero. Tra il 2007 e il 2010 l’Italia ha visto ridurre la sua quota nell’industria mondiale manifatturiera dal 4,5 al 3,4 per cento, scendendo dal quinto al settimo posto. Colpa dell’affermarsi dei paesi emergenti (la Cina è prima con il 21,7 per cento), e infatti restiamo secondi in Europa dietro la Germania. Tuttavia, denuncia la Confindustria, nell’ultimo triennio l’Italia ha perso il 17 per cento della produzione. Peggio solo la Spagna. “E’ la scoperta dell’acqua calda” il sorpasso di Cina, India e Corea del sud, si è mormorato a Palazzo Chigi, mentre altri parlano di “analisi quantitativa e non qualitativa”. Nessuno nega, comunque, che il problema crescita si intrecci ormai con quello delle tasse e del rilancio del governo. Sul tavolo c’è uno schema, anche tremontiano, che prevede un taglio di tre punti dell’aliquota minima (fino a 15 mila euro) del 23 per cento, compensato da un punto di aumento al 21 per cento dell’Iva ordinaria.
Più concreto il report Scenari del centro studi Confindustria, che ieri si è concentrato sul settore manifatturiero. Tra il 2007 e il 2010 l’Italia ha visto ridurre la sua quota nell’industria mondiale manifatturiera dal 4,5 al 3,4 per cento, scendendo dal quinto al settimo posto. Colpa dell’affermarsi dei paesi emergenti (la Cina è prima con il 21,7 per cento), e infatti restiamo secondi in Europa dietro la Germania. Tuttavia, denuncia la Confindustria, nell’ultimo triennio l’Italia ha perso il 17 per cento della produzione. Peggio solo la Spagna. “E’ la scoperta dell’acqua calda” il sorpasso di Cina, India e Corea del sud, si è mormorato a Palazzo Chigi, mentre altri parlano di “analisi quantitativa e non qualitativa”. Nessuno nega, comunque, che il problema crescita si intrecci ormai con quello delle tasse e del rilancio del governo. Sul tavolo c’è uno schema, anche tremontiano, che prevede un taglio di tre punti dell’aliquota minima (fino a 15 mila euro) del 23 per cento, compensato da un punto di aumento al 21 per cento dell’Iva ordinaria.
Sul piatto anche l’aumento dal 12,5 al 20 per cento della tassa sulle rendite finanziarie, finora un tabù. Quanto alla riforma complessiva vera, il ministro ha chiesto tempo fino a ottobre per presentare la legge delega solo dopo avere inviato a Bruxelles la correzione dei conti per 45 miliardi spalmati fino al 2014. Ieri però Berlusconi ha dichiarato che la delega sul fisco “avverrà prima dell’estate”. “La manovra? Nulla di preoccupante”, secondo il Cav. D’altronde, ha aggiunto, “non abbiamo aumentato violentemente l’età pensionabile, non è stata alzata fortemente l’Iva, non sono stati licenziati o tagliati gli stipendi dei dipendenti pubblici”. Insomma, tutto è stato fatto “senza aumentare le imposte”, a differenza di altri paesi.